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Parole chiave del coaching, Suggerimenti e spunti

Parlando di feed-back: può essere spiacevole ma utile, o piacevole ma totalmente inutile. Tu quale vuoi dare?

09/05/2017 • By

Ripubblico qui un articolo diffuso su Linkedin: lì non si riesce più a leggere, qui c’è l’articolo completo!

 

Come abbiamo condiviso nel primo articolo di questa rubrica, per definire quando e come entrare nel feed-back, un primo elemento cruciale è l’utilità.

È importante dare e chiedere feed-back solo quando reputiamo che esso sia utile, e mantenere di esso solo ciò che reputiamo utile.

All’utilità si aggiunge un secondo elemento: la piacevolezza.

Spesso i feed-back vengono distinti in Positivi e Negativi. Intendendo con positivi quelli che esprimono apprezzamento e con negativi quelli che esprimono critica. Dal mio punto di vista questa categorizzazione è fuorviante, perchè si centra sull’emittente.

L’emittente sta esprimendo approvazione o meno rispetto a un comportamento del destinatario. Ma il feed-back è un regalo per il destinatario: è lui il primo attore sulla scena. Non l’emittente.

Mi sembra più interessante distinguere, come si può fare per le emozioni, tra feed-back utile o inutile e feed-back piacevole o spiacevole.

Tipicamente il feed-back piacevole è quello che attribuisce a noi o alle nostre azioni delle caratteristiche positive, che ci confermano nella nostra identità.

Non sempre un feed-back piacevole è un feed-back utile. Mentre spesso è vero il contrario: sono gli specchi che ci mostrano qualcosa di noi che non ci piace ad essere spesso i più utili, perché ci aprono porte per il cambiamento.

illustrazione con funambolo su una corda appesa tra due pollici

Se penso a quando nel 2014 in cui ho fatto una richiesta di feed-back a persone importanti per me, tutt’oggi vedo che i feed-back che mi sono stati più utili sono stati quelli più spiacevoli. Quelli che mi dicevano qualcosa di me che non avevo voluto vedere o anche semplicemente che non conoscevo, in cui magari non mi riconosco appieno ma che mi hanno dato uno specchio di come può essere letto il mio comportamento.

Dice Ludovica Scarpa:

Il modo di vedere dell’altro può arricchirci di una versione del mondo che possiamo non condividere affatto, ma che evidentemente è possibile, nel mondo mentale di un essere umano.

E questo ci riporta a un tema molto importante, già accennato nel precedente articolo: il feed-back è un’opinione, e in quanto opinione non descrive ciò che siamo e nemmeno ciò che è stato o che è il nostro comportamento. Descrive come la persona che ci sta dando il riscontro vede e vive noi e i nostri comportamenti.

Questa è una differenza sostanziale. Quindi può essere che un feed-back ci sia utile perché ci dice qualcosa su di noi ma può anche essere che ci sia utile perché ci dice qualcosa sull’altro che ci sta parlando. E uguale discorso vale per la piacevolezza.Alcuni riscontri, e soprattutto un rifiuto – dato peraltro in modo molto gentile – a darmi riscontro, a me hanno parlato moltissimo delle persone a cui l’avevo chiesto. Come decidi di darmi (o non darmi) un feed-back, dipende dalla persona che sei e dai bisogni che hai. E magari potrei rendermi conto del fatto che alcuni aspetti di te non mi piacciono, da come mi dai il feed-back. Nel mio caso, dal fatto che l’amico X abbia scelto di non darmi proprio dei feed-back, mi sono fatta l’idea che non si volesse assumere il rischio di mettere in discussione aspetti della nostra amicizia… o di sè. Nemmeno per farmi un regalo che gli chiedevo.

Un altro esempio di questo per me sono le persone che abbracciano senza variazioni il Sistema a panino.

due panini al prosciutto e formaggi

Il sistema a panino è quello per cui inglobo un feed-back spiacevole tra due piacevoli.

Esiste anche la versione povera, a mezzo panino: ti dico prima una cosa spiacevole ma subito dopo una piacevole.

Questo sistema ha dal mio punto di vista un pregio: evita di ferire le persone. Ha anche un enorme difetto: passa il messaggio implicito che il feed-back spiacevole sia qualcosa di cui doversi scusare. Quindi, se io sento una persona fornire sistematicamente riscontri in questo modo, mi faccio l’idea che lui/lei abbia un problema con il feed-back. Che non lo concepisca veramente come un regalo che sta facendo all’interlocutore, ma come un gesto di aggressione, che va in quanto tale edulcorato.

Per cui il riscontro positivo diventa il cavallo di Troia con cui far passare quello negativo o spiacevole.

disegno in bianco e nero del cavallo di troia

Alla terza volta in cui mi rifili il panino, mi creo un’opinione sul tuo rapporto con i giudizi, non sull’oggetto che stai giudicando.

La scuola europea di coaching, così come diversi studi sull’intelligenza emotiva, ci ricordano che il feed-back parla molto di chi giudica, oltre che di chi è giudicato.

Questa consapevolezza ci aiuta in un compito non banale, quello di evitare l’automatismo che ci porta ad accogliere i feed-back piacevoli e rigettare quelli spiacevoli. A nessuno fa piacere sentirsi criticare, nemmeno sulle piccole cose. Ma se tengo a mente che quello che mi dici può essermi utile, a prescindere da quanto sia o meno piacevole, e che si tratta in ogni caso di una tua opinione, data ora, su questo specifico comportamento… allora sarà più facile accogliere anche i riscontri più pesanti.

Un altro punto da considerare per poter accogliere e dare anche feed-back spiacevoli, è che dare un feed-back può essere un modo per prendersi cura dell’altro. Per dirgli:

Ti vedo

Sei importante

Il tuo benessere e il tuo miglioramento sono importanti per me, quindi faccio la fatica di darti riscontro su come hai agito

È importante che questa intenzione di cura e di sviluppo sia reale. Se do un riscontro con lo scopo di ferire, o di affermare me stesso (ad es. la mia posizione di potere)… nessun panino mi salverà: la persona che ho davanti si sentirà attaccata. Per assurdo, anche se sto esprimendo approvazione!

Se veramente fornisco il riscontro per l’altro, ugualmente questo implicito relazionale passerà.

Nel momento in cui parliamo di feed-back, infatti dobbiamo ricordare che stiamo trattando un tema ad elevata carica emozionale. Se il giudizio viene dato sulla persona, o con una emozione di rabbia e frustrazione, è più difficile per il destinatario fare una valutazione serena sulla sua utilità. Arriva la piacevolezza/spiacevolezza, e tutto ciò che sarà spiacevole tenderà ad essere eliminato dal campo percettivo.

Dobbiamo pur vivere.

Per questo, tratteremo nella terza puntata alcune semplici regole ecologiche (per usare un concetto del Wave coaching) per fornire feed-back in modo che siano accoglibili.

E quindi che siano veri regali alla persona, per scoprire qualcosa di nuovo e migliorare.

Ti interessano altre idee su coaching e comunicazione? Ecco alcuni spunti dai mesi scorsi:

Feed-back. Come gestirlo senza farsi male. Prima puntata: l’utilità.

Il problema sono io. Tre passi per smettere di arrabbiarsi imparando ad ascoltare.

Il coaching è una cosa seria?

Psychologist do it better

Se vuoi contattarmi, scrivimi a marcella.offeddu@gmail.com

Buona lettura!


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IO ho spostato il tuo formaggio!

12/07/2016 • By

Io ho spostato il tuo formaggio è una storia, breve e semplice.

Una storia molto evocativa, che parla di topi che vivono in un labirinto ed hanno appreso a non farsi domande.

Non si chiedono perchè il formaggio che loro desiderano venga spostato.

Non si chiedono chi lo sposti.

Non si chiedono neppure perchè esista il labirinto.

Una visione fatalista domina la loro esistenza, mentre si affannano a cercare il formaggio in modo sempre più veloce ed efficace.

Ma il formaggio non dà la felicità.

La metafora è immediata e l’analisi non ha pretese di grande profondità… ma questa piccola distopia è incredibilmente potente nel mostrarci quello che siamo.

Quando corriamo sulla nostra piccola ruota, nel nostro labirinto sempre più stretto, cercando di accumulare qualcosa di cui forse non abbiamo bisogno.

Una piccola storia, da leggere assolutamente.

Vi lascio con una citazione che mi ha colpito, e che per me può benissimo guidarci nella corsa quotidiana (e nella SOSTA quotidiana):

Vedi, Max, il problema non è che il topo è nel labirinto,

ma che il labirinto è nel topo.


Parole chiave del coaching

Per ascoltare, primo tacere.

02/03/2016 • By

Ascoltare nella maggior parte delle professioni è un elemento non eliminabile. Serve per l’analisi di esigenze formative, per una pianificazione strategica, per un percorso di carriera… quasi sempre, in tutti i lavori, c’è un momento in cui ho bisogno di ricevere informazioni cruciali da un altro essere umano.

Quindi di fare delle domande, spesso, e ascoltare dei contenuti, quasi sempre.

Ascoltare, e soprattutto ascoltare attivamente come dicono gli psicologi, è però una cosa difficilissima da fare. Spesso crediamo di farlo, in realtà facciamo altro, e quindi non otteniamo i risultati che desideriamo.

Condivido su questo un intervento molto interessante e divertente di Ernesto Sirolli sull’ascolto: ecco il video con le trascrizioni.

Sirolli parla di una sua esperienza in Zambia, nella quale collaborando con una ONG ha cercato di portare l’agricoltura nel Paese. Con tragici effetti che non vi anticipo (è veramente comico sentirli da lui!), ma una frase riassume tutto il senso del video e degli errori che molti di noi commettono nel lavoro. Racconta Sirolli di questa conversazione tra i volontari e gli abitanti dello Zambia:

Perchè non ce l’avete detto??

Perchè non ce l’avete mai chiesto.

 

Come dice anche il mio supervisore di coaching: la prima legge per ascoltare è… tacere!

Fin qui la parte facile. Se avessi appena letto penserei:

Ok, chiaro. Per il mio lavoro è importante capire cosa l’altro vuole e di cosa ha bisogno.

Mi hai detto che la tecnica è tacere.

Sto zitta.

Sono a posto.

Il problema è che tacere con le corde vocali è una condizione per tacere sul serio, ma non l’unica.

Vediamole:

  • Tacere significa essere in silenzio, fuori e dentro. Ovviamente evitare di parlare (sopra all’altro, addosso a lui). Ma anche evitare di parlare internamente. Se mentre una persona mi parla io ho una radio in testa che manda a tutto volume pregiudizi, opinioni o suggerimenti… non sto affatto facendo silenzio! Mi viene in aiuto una metafora con cui un bravissimo ballerino di tango, Carlitos Espinoza, mi ha spiegato questa idea del tacere. Dice Carlitos che tacere col corpo significa: spegnere l’attivazione che viene da sè e ascoltare cosa ci sta proponendo lui (il ballerino). Anche se sono ferma, se ho il corpo attivato con una molla interna pronta a scattare, non c’è spazio per ascoltare lui.

Lo stesso vale con i pensieri.

Promemoria per monitorare i momenti di radio accesa: un mio insegnante definisce le donne che vanno da sole senza ascoltare il ballerino… trote arpionate che si agitano! Ho reso l’idea? La prossima volta che ti sembra di essere distratto durante un colloquio, pensa che l’altro potrebbe vederti come una trota arpionata che non può aspettare le sue riflessioni!

Trota

Ascoltare non è fare la trota arpionata

 

  • Tacere ascoltando serve per fare poche ma cruciali domande. Come nell’esempio di Sirolli.

Se non mi chiedi perchè non ho mai coltivato i pomodori nel mio fiorente Paese, non te lo dirò.

Sul secondo punto una fonte sempre preziosa è Edgar H. Schein (MIT Sloan School of Management) con il suo L’arte di fare domande, quando ascoltare è meglio che parlare.

QUINDI

Tacere, abbassare la radio interna e chiedere con genuinità quello che serve sapere. Questa per me è un’utile linea di condotta nei colloqui e nelle sessioni di coaching.

Io credo un ascolto vero sia l’unico modo per essere genuinamente insieme all’altro nel suo discorso. E quindi, per aiutarlo.

 


Chi è il coach?

Il coaching è una cosa seria?

16/02/2016 • By

..il coach, chi è?

Tra il motivatore e lo psicologo, le teorie sono le più varie e alcune meriterebbero un libro di racconti.

Il coach non è necessariamente un psicologo (anche se sarebbe meglio! vedi qui l’articolo della scorsa settimana), ma deve avere alcune competenze specifiche. Per essere sicuri di rivolgersi a un esperto, il modo più semplice e utile è scegliere i professionisti certificati.

Esiste in Europa il principale ente certificatore è l’ICF – International Coaching Federation. Nel sito ICF si rintracciano moltissime informazioni utili, tra cui le 11 competenze chiave del coach. Qui il testo completo, e sotto una sintesi.

…per capirci!

STABILIRE LE BASI

1 Ottemperare alle linee guida etiche e agli standard professionali

2 Stabilire l’accordo di coaching

 

CO-CREARE LA RELAZIONE

3 Stabilire fiducia e vicinanza con il cliente

4 Presenza nel coaching

 

COMUNICARE CON EFFICACIA

5 Ascolto attivo

6 Domande Potenti

7 Comunicazione diretta

 

FACILITARE APPRENDIMENTO E RISULTATI

8 Creare consapevolezza 

9 Progettazione di azioni

10 Pianificare e stabilire obiettivi

11 Gestire i progressi e le responsabilità


Parole chiave del coaching

Empatia, la nave su cui corre il coaching

02/02/2016 • By

Il coaching è uno strumento nelle mani della persona che vuole raggiungere un obiettivo.

Se tu hai un obiettivo, un desiderio, una situazione che vuoi migliorare… il coaching è uno strumento nelle tue mani.

Questo strumento funziona benissimo, ancora meglio se funziona la danza tra il coach (il tuo ‘allenatore’ che ti aiuta a procedere verso l’obiettivo) e il coachee (tu). Sotto propongo un video realizzato da Brenè Brown che mostra in modo semplice e chiaro in cosa consiste la danza tra due persone: in un rapporto di empatia.

Che non è dare consigli. Non è simpatia. E’ comprendere profondamente l’altro nella sua situazione. Sulla nave dell’empatia viaggia anche il percorso di coaching.

Buona visione!